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VIOLENZA CARNALE - VALUTAZIONE DELLE PROVE - VIZIO DI MOTIVAZIONE - FATTISPECIE

(Cassazione - Sezione  III Penale - Sent.  n. 1636/99 - Presidente G.S. Tridico - Relatore A. Rizzo)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

In data 12.7.1992 P. R., allora diciottenne, denunciava alla Questura di Potenza che il giorno precedente,
verso le ore 12,30, era stata vittima di una violenza carnale consumata in suo danno da C. C., suo
istruttore di guida. Costui, come aveva fatto altre volte, l'aveva prelevata presso la sua abitazione, per
effettuare la lezione di guida pratica. Senonchè, con la scusa di dover prelevare altra ragazza pure
interessata alle lezioni di guida, l'aveva condotta fuori dal centro abitato e, fermata l'autovettura in una
stradella interpoderale, l'aveva gettata a terra e, dopo averle sfilato da una gamba i jeans che indossava,
l'aveva violentata. Consumato l'amplesso, l'aveva condotta a casa imponendole con minacce di non rivelare ad
altri l'accaduto.

I genitori, vedendola turbata, le avevano chiesto spiegazioni ma aveva preferito non raccontare quanto le
era accaduto. Lo stesso giorno, dopo il suo rientro a casa dalla lezione di teoria presso l'autoscuola,
aveva informato i genitori della violenza subita.

Il C., sottoposto a fermo lo stesso giorno della denuncia, dava una diversa versione dei fatti.

Ammetteva di avere avuto il rapporto sessuale con la P., nelle circostanze di tempo e di luogo da questa
riferite, ma precisava che la ragazza era stata consenziente.

Iniziatosi procedimento penale a carico del C. per i reati di violenza carnale, violenza privata, ratto a
fine di libidine, lesioni personali, atti osceni in luogo pubblico e violenza privata, il Tribunale di
Potenza, con sentenza del 29.2.1996, condannava l'imputato per il reato di atti osceni in luogo pubblico,
mentre lo proscioglieva dai rimanenti reati.

A seguito di appello del P.M. e dell'imputato, la Corte di Appello di Potenza, con sentenza del 19.3.1998,
dichiarava il C. responsabile di tutti i reati a lui contestati e lo condannava alla pena di anni 2 e mesi
10 di reclusione.

Contro tale sentenza il C. ha proposto ricorso per cassazione ed ha dedotto il vizio di motivazione
sostenendo che la Corte di Appello aveva affermato la di lui responsabilità con argomentazioni non coerenti
con le risultanze processuali.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Ritiene la Corte che la sentenza impugnata merita l'annullamento perché carente di adeguato e convincente
apparato argomentativo. È certo che a carico dell'imputato sussistono le reiterate accuse formulate dalla
P.. Ma considerate le proteste di innocenza dell'imputato, il quale ha sostenuto che la ragazza era stata
consenziente al rapporto sessuale, la Corte di merito avrebbe dovuto procedere ad una rigorosa analisi in
ordine alla attendibilità delle dichiarazioni accusatorie resi dalla P., mentre invece ha affermato la
colpevolezza dell'imputato valorizzando circostanze di fatto che ben si conciliano con la versione dei fatti
rappresentata dal C. e minimizzando o omettendo di valutare altre circostanze che mal si conciliano con la
denunciata violenza carnale.

La sentenza afferma che le dichiarazioni rese dalla P. sono da ritenere attendibili poiché costei non aveva
motivo alcuno per muovere contro il C. una accusa calunniosa.

Una tale considerazione non può condividersi sol che si consideri che la ragazza potrebbe avere accusato
falsamente il C. di averla violentata, per giustificare con i genitori l'amplesso carnale avuto con una
persona molto più grande di lei per età e per di più sposata, amplesso che non si sentiva di tener celato
perché preoccupata delle possibili conseguenze del rapporto carnale.

Peraltro una tale ipotesi non appare inverosimile alla luce del comportamento tenuto dalla P. dopo i fatti.

Costei raccontò ai genitori quanto le era accaduto non già appena tornò a casa, sebbene i predetti le
chiedessero cosa le era successo in quanto era visibilmente turbata, ma soltanto la sera, dopo aver
assistito presso l'autoscuola alla lezione di teoria.

La Corte di Appello giustifica un tale ritardo sostenendo che la P. presumibilmente provava vergogna o si
sentiva in colpa.

Ma una tale argomentazione non è convincente. Non si vede infatti quale vergogna o senso di colpa la P.
potesse avvertire, se effettivamente vittima di una violenza carnale, data la gravità di un tale fatto,
peraltro commesso dal suo istruttore di guida, sulla cui autovettura si era trovata per effettuare la
programmata esercitazione di guida.

Parimenti censurabile è la sentenza allorché afferma che la P. fu realmente vittima della denunciata
violenza carnale dato che è certo che durante l'amplesso aveva i jeans tolti soltanto in parte, mentre se
fosse stata consenziente al rapporto carnale avrebbe tolto del tutto i pantaloni che indossava.

Un tale rilievo non può condividersi perché sarebbe stato assai singolare che in pieno giorno (il fatto
avvenne verso le ore 12-12,30), in una zona che seppur isolata non era preclusa al transito di persone, la
P. si denudasse del tutto, ne benché era consenziente all'amplesso.

Deve poi rilevarsi che è un dato di comune esperienza che è quasi impossibile sfilare anche in parte i jeans
di una persona senza la sua fattiva collaborazione, poiché trattasi di una operazione che è già assai
difficoltosa per chi li indossa.

Anche su altri punti la sentenza risulta carente di convincente motivazione.

Sul corpo della P. e del C. non sono stati riscontrati segni di una colluttazione tra i due o comunque di
una vigorosa resistenza della ragazza al suo aggressore.

La Corte di Appello al riguardo si limita ad affermare che per la sussistenza del reato di violenza carnale
non è necessario che l'autore del fatto sottoponga la persona offesa ad atti di violenza e che comunque, nel
caso in esame, la P. non aveva opposto resistenza temendo di subire gravi offese alla sua incolumità fisica.

Ma al riguardo è da osservare che è istintivo soprattutto per una giovane, opporsi con tutte le sue forze a
chi vuole violentarla e che è illogico affermare che una ragazza possa subire supinamente uno stupro, che è
una grave violenza alla persona, nel timore di patire altre ipotetiche e non certo più gravi offese alla
propria incolumità fisica.

La sentenza impugnata, infine, non chiarisce come si concilia con l'asserita violenza carnale la circostanza
che la P. non tentò di fuggire appena il C. fermò l'autovettura e manifestò i suoi propositi, così come non
da una plausibile spiegazione del comportamento della ragazza che, dopo la consumazione del rapporto
carnale, si mise alla guida dell'autovettura.

In sentenza viene precisato che la P. aveva interesse a tornare subito a casa.

Ma la Corte di Appello ha omesso di considerare che è assai singolare che una ragazza, dopo aver subito una
violenza carnale, si trovi nelle condizioni d'animo che le consentano di porsi alla guida di una autovettura
con accanto il suo stupratore, soprattutto se, come nel caso in esame, essendo inesperta di guida, deve
pilotare l'autovettura seguendo i consigli e le istruzioni di chi momenti prima l'ha violentata.

Ne consegue che la sentenza impugnata risulta affetta da motivazione carente ed illogica e pertanto merita
l'annullamento con rinvio alla Corte di Appello di Napoli.

PER QUESTI MOTIVI

annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte di Appello di Napoli.

 

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