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RISARCIMENTO DEL DANNO DA LICENZIAMENTO NULLO - VALUTAZIONE DELL'INERZIA DEL LAVORATORE PER LA RICERCA DI UNA NUOVA OCCUPAZIONE

( Cassazione - Sezione Lavoro - Sent. 10859/2000 - Presidente E. Mercurio - Relatore C. Filadoro )

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza 26 settembre - 1 dicembre 1997, il Tribunale in parziale riforma della decisione del locale Pretore 8 - 10 febbraio 1996, condannava l'Istituto (omissis) a corrispondere a T. G., lavoratore licenziato con inosservanza delle norme di cui all'art.7 dello Statuto dei lavoratori, la minor somma di lire 40.000.000, liquidata in via equitativa ex art.432 c.p.c., oltre rivalutazione ed interessi a titolo di risarcimento del danno.

Il licenziamento era stato già dichiarato nullo con sentenza 25 novembre 1992 di questa Corte, passata in giudicato.

Il giudizio era proseguito solo per la quantificazione del danno. Con una prima sentenza 21 giugno 1994, il Pretore di Alessandria aveva indicato i principi di diritto per la determinazione delle somme dovute. Con una seconda sentenza dell'8 febbraio 1996, lo stesso Pretore aveva condannato l'Istituto (omissis) al pagamento della somma di lire 83.376.051.

Riformando questa seconda decisione del Pretore, i giudici di appello osservavano innanzitutto che l'eccezione di carenza di giurisdizione sollevata dall'Istituto, in ragione della sua natura di ente pubblico, era da considerare nuova, in quanto sollevata solo con le note di udienza del 20 dicembre 1996. In

ogni caso sul punto era sceso il giudicato penale, poiché il Pretore aveva già affrontato il punto relativo nella decisione del 22 giugno - 7 luglio 1989, qualificando come di diritto privato il rapporto di lavoro tra Istituto e suoi dipendenti.

Del resto la dichiarazione della Regione secondo la quale l'Istituto aveva acquistato natura di ente pubblico risaliva al 1994 e quindi ad epoca di molto successiva al momento della proposizione della domanda (art.5 codice di procedura civile.

In ordine all eccezione di nullità del ricorso introduttivo, per indeterminatezza delle somme richieste, il Tribunale concordava con quanto già ritenuto dal Pretore, sottolineando che il ricorrente aveva prodotto assieme al ricorso un conteggio analitico delle somme richieste.

Poiché l'Istituto aveva a sua completa disposizione il conteggio richiamato nel ricorso, non si poneva necessità alcuna di provvedere alla notifica anche di questo conteggio.

Quanto al punto centrale della controversia, relativo ai criteri di calcolo da utilizzare ai fini della determinazione del risarcimento del danno da licenziamento nullo, il Tribunale richiamava la norma di cui all'art.18 dello Statuto dei lavoratori, nella interpretazione datane da questa Corte, secondo la quale tale danno ricomprende tutte le retribuzioni maturate dalla data del licenziamento fino alla effettiva reintegrazione, a meno che il datore di lavoro provi l'ali unde perceptum del lavoratore o un suo comportamento colposo che avrebbe potuto ridurre o evitare il danno.

In termini più generali, sottolinea il Tribunale, il diritto del lavoratore ad ottenere il risarcimento del danno trova un limite nella ordinaria diligenza comunque dovuta dal creditore, con la conseguente esclusione di quei danni che si sarebbero potuti evitare utilizzandola (secondo la disposizione dell'art.l227, secondo comma, codice civile).

Nella prospettiva di queste valutazioni, le conclusioni cui giungeva il Tribunale erano diametralmente opposte a quelle cui era arrivato il primo giudice.

Infatti, sottolinea la sentenza impugnata, nel caso di specie erano emersi nel corso del giudizio una serie di indizi, i quali avevano caratteri tali - in quanto gravi, precisi e concordanti - da assurgere a piena prova.

Tra questi i giudici di appello indicavano:

-  la mancata richiesta di riconsegna del libretto di lavoro, rimasto nella disponibilità del datore di lavoro per circa cinque anni. I1 Tribunale osservava sul punto che l'affermazione del T., secondo la quale egli avrebbe richiesto ed ottenuto dagli uffici pubblici competenti una copia di tale libretto, era rimasta sfornita di qualsiasi conferma;

-  la testimonianza della Vicini - secondo la quale il T. avrebbe effettivamente ricercato altra occupazione (senza peraltro riuscirvi) - doveva ritenersi del tutto generica e pertanto non attendibile;

- da ultimo, i giudici di appello ricordavano il periodo trascorso tra il licenziamento e il raggiungimento del 65° anno di età (indicato in cinque anni), sottolineando che, almeno secondo 1'id quod plerumque accidit, il T. avrebbe potuto trovare altra occupazione se si fosse attivato per tempo.

I1 complesso di questi dati, secondo il Tribunale, portava a ritenere provata la mancata prestazione della ordinaria diligenza nella ricerca di altra attività da parte del lavoratore illegittimamente licenziato, con conseguente riduzione del danno che veniva determinato in via equitativa ex art.432 codice di procedura civile.

Tale decisione - secondo il Tribunale - aveva natura assorbente di ogni altra questione e quindi anche della eccezione relativa al calcolo dei contributi versati (e relativa prova per testi articolata dall'Istituto).

Avverso tale decisione il T. propone ricorso con quattro distinti motivi.

Resiste la Regione Piemonte, subentrata all'Istituto (omissis), con controricorso proponendo a sua volta ricorso incidentale condizionato, sorretto da un unico motivo.

Resiste il T. con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Deve innanzitutto essere disposta la riunione dei due ricorsi in quanto proposti contro la medesima decisione (art.335 codice di procedura civile).

Con il primo motivo, il T. denuncia violazione ed erronea applicazione degli articoli 1227 codice civile e 18 della legge n.300 del 20 maggio 1970.

Il Tribunale avrebbe errato nell'enfatizzare il criterio di cui all'art.l227 codice civile, ponendo erroneamente a carico del lavoratore l'onere di provare di non aver potuto trovare lavoro.

Con il secondo motivo, Il ricorrente denuncia omessa insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia, nonché insufficiente e contraddittoria motivazione.

I1 Tribunale era giunto alla determinazione del danno senza compiere alcun accertamento circa il mercato del lavoro e le concrete probabilità del lavoratore di collocarvi le proprie energie lavorative.

I1 ricorrente precisa che se il Tribunale avesse effettuato tale accertamento (tra l'altro ritenuto necessario dalla giurisprudenza di questa Corte) sarebbe giunto necessariamente alla conclusione che egli negli oltre quattro anni che lo separavano dalla pensione non avrebbe ragionevolmente potuto trovare altra occupazione. Infatti, "il T. si trovava ad essere licenziato ..con licenziamento disciplinare, il che non è esattamente una referenza che aiuti a trovare lavoro, e ad avere sessant'anni. Il mercato del lavoro

per lui, in una provincia come quella di Alessandria - che ha vissuto moltissime riduzioni di personale da parte di grandi aziende - era del tutto chiuso".

Con il terzo motivo, il ricorrente denuncia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, inversione dell'onere della prova, violazione e falsa applicazione degli articoli 1227 e 2697 codice civile e 116 codice di procedura civile.

Analizzando i tre argomenti usati dal Tribunale per ritenere provato che egli avrebbe potuto con certezza ridurre il danno, il ricorrente rileva che nessuno di essi è in realtà idoneo allo scopo, ed anzi due di essi  - correttamente usati -   costituirebbero indizi di segno diametralmente opposto a quello indicato dal Tribunale.

Secondo il ricorrente la mancata diligenza del 1avoratore e deve essere provata rigorosamente dal datore di lavoro.

Se l'affermazione della teste Vicini non poteva giovare al T., essa tuttavia non poteva neppure consentire di ritenere assolto l'onere della prova che incombeva sull'altra parte.

Infine, con il quarto motivo, il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell'art.1227 sotto ulteriore profilo.

Per costante giurisprudenza di questa Corte, ricorda il ricorrente, ai fini di cui all'art.l227 codice civile, per invocare una riduzione della propria obbligazione per fatto del creditore, il debitore deve dimostrare non solo la consapevolezza della condotta del creditore ma anche il nesso causale fra quella condotta e le conseguenze pregiudizievoli che si pretendono da essa derivate.

In altre parole, l'ex datore di lavoro avrebbe dovuto provare che se il lavoratore si fosse iscritto quelle liste di collocamento avrebbe senz'altro trovato occupazione nell'arco temporale che intercorreva tra il licenziamento e la sentenza di primo grado, tenuto anche conto della sua età, del motivo per cui era stato licenziato e delle particolarità presenti nel mercato del lavoro alessandrino.

Una prova del genere non era stata neppure offerta dall'Istituto resistente.

I quattro motivi del ricorso principale possono essere trattati congiuntamente perché connessi tra di loro.

Essi non sono fondati.

Costituisce principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte che in caso di licenziamento illegittimo la reintegrazione nel posto di lavoro ex art.18 dello Statuto dei lavoratori ripristina la situazione precedente e si attua con la ottemperanza del datore di lavoro al comando giudiziario di riammettere il lavoratore in azienda e con l'attribuzione a quest'ultimo del diritto al ristoro del danno subito, per la determinazione del quale costituiscono parametro normale di commisurazione le retribuzioni che il lavoratore avrebbe maturato in forza del rapporto dal giorno del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegrazione.

La giurisprudenza di questa Corte - ancor prima della modifica dell'art.18 dello Statuto ad opera delle legge n.108 del 1990 -  era consolidata nel ritenere, per ragioni di ordine equitativo, che l'indennità stabilita dalla legge potesse subire variazioni in aumento o in diminuzione. In diminuzione qualora il datore di lavoro sia in grado di provare l'aliunde perceptum dal lavoratore (compensi o retribuzioni ricevuti da terzi), ovvero un suo comportamento colposo tale da non impedire o ridurre il danno. In aumento qualora il lavoratore fornisca la prova di aver subito danni ulteriori, rispetto alle retribuzioni perdute.

I giudici di appello si sono attenuti a tali principi, sicché la censura di violazione di legge appare del tutto infondata.

Analogamente devono ritenersi infondate le ulteriori censure riguardanti l'inversione dell'onere della prova, posto a carico del datore di lavoro  - anziché del lavoratore -  e il mancato espletamento di qualcuna delle indagini pure richieste dalla giurisprudenza di questa Corte, ai fini dell'esatta determinazione del danno (in particolare neppure quella circa l'esistenza di un nesso causale tra la condotta omissiva imputata al T. e la mancata riduzione del danno).

Le Sezioni Unite di questa Corte, risolvendo un conflitto giurisprudenziale, hanno affermato di recente che in tema di risarcimento del danno dovuto al lavoratore per effetto della reintegrazione disposta dal giudice ai sensi dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, l'eccezione con la quale il datore di lavoro, al fine di vedere ridotto l'ammontare del suddetto risarcimento (salvo il limite legale delle cinque mensilità) deduca che il dipendente licenziato ha percepito un altro reddito per effetto di una nuova occupazione, ovvero deduca la colpevole astensione da comportamenti idonei ad evitare l'aggravamento del danno, non fa valere alcun diritto sostanziale di impugnazione, né l'eccezione stessa è identificabile come oggetto di una specifica disposizione di legge, che ne faccia riserva in favore della parte. Pertanto, allorquando vi sia stata rituale allegazione dei fatti rilevanti e gli stessi possano ritenersi incontroversi o dimostrati per effetto di mezzi di prova legittimamente disposti, il giudice può trarne d'ufficio (anche nel silenzio della parte interessata ed anche se l'acquisizione possa ricondursi ad un comportamento della controparte) tutte le conseguenze cui essi sono idonei, ai fini della quantificazione del danno lamentato dal lavoratore illegittimamente licenziato (Cass. S.U. 3 febbraio 1998 n.1099).

I1 Tribunale di Alessandria, nella sentenza impugnata, si è attenuto a tali principi. Ha precisato innanzitutto che era emersa dal giudizio una serie di indizi, tali da assurgere a vera e propria prova in ordine alla "mancata prestazione dell'ordinaria diligenza nel reperimento di altra attività, con conseguente limitazione del danno subito".

Ha elencato tra questi: la mancata richiesta di restituzione del libretto di lavoro per oltre quattro anni, la mancanza di prova dell'esistenza di una copia di questo libretto. Ha aggiunto che la generica testimonianza della Vicini non poteva ritenersi sufficiente per dimostrare che il T. avesse effettivamente cercato un'altra occupazione in tutto il periodo intercorso tra il licenziamento e il compimento del sessantacinquesimo anno di età.

Con una valutazione insindacabile in questa sede di legittimità, i giudici di appello hanno affermato (con evidente seppur implicito riferimento al mercato del lavoro alessandrino ed alle specifiche attitudini lavorative del T.) che sicuramente questi avrebbe potuto trovare altra occupazione se si fosse attivato per tempo nel lungo periodo di tempo intercorso tra le due date sopra segnalate (22 maggio 1985 -  1990). Quanto all'uso della ordinaria diligenza richiesta al creditore, essa non significa solo la mera inerzia, a fronte dell'altrui comportamento dannoso o la semplice astensione dall'aggravare con fatto proprio il pregiudizio già verificatosi: significa piuttosto tenere una condotta attiva o positiva volta a limitare le conseguenze dannose del comportamento altrui (Cass. 20 novembre 1991 n.12439 che fa addirittura riferimento al principio di buona fede di cui all'art.1175 codice civile pur di fronte ad un rapporto di lavoro già risolto).

Una volta provato dal datore di lavoro, o comunque acquisita agli atti la prova della condotta inerte del creditore, che non ha posto in essere alcuno degli strumenti in suo possesso per la ricerca di una altra occupazione, il giudice ben può determinare l'incidenza del comportamento colposo (commissivo od omissivo) del creditore ai fini della liquidazione del risarcimento del danno.

Con riferimento al quarto motivo del ricorso principale, è appena il caso di precisare che la fattispecie regolata dal secondo comma dell'art.1227 codice civile (secondo il quale "I1 risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza") prescinde completamente del nesso di causalità tra la condotta del debitore e la mancata riduzione del danno.

Essa infatti risponde ad evidenti esigenze equitative e di moderazione nella determinazione dell'onere economico gravante sul debitore ed impone un giudizio del tutto ipotetico, per ricostruire una realtà che sarebbe stata ("probabilmente") diversa se diverso non fosse stato il comportamento tenuto dal creditore.

Non a caso la dottrina definisce la norma in esame come una ipotesi di causalità ipotetica, concernente unicamente l'ambito del danno risarcibile.

Anche la censura formulata con l'ultimo mezzo di impugnazione si rivela pertanto infondata.

Incensurabile pertanto appare la valutazione equitativa adottata dal Tribunale, in parziale accoglimento dell'appello dell'Istituto (omissis).

Nel rito del lavoro il potere, conferito al giudice dall'art. 432 codice di procedura civile, di liquidare con valutazione equitativa la somma dovuta al lavoratore quando sia certo il relativo diritto, può essere esercitato dal giudice del merito soltanto nell'ipotesi in cui sia individuata, con adeguata e corretta motivazione, l'obiettiva impossibilità di una determinazione certa dell'importo della somma dovuta alla stregua degli elementi acquisiti al processo (Cass. 1 marzo 1990 n. 1605, 10 marzo 1987 n.2491).

Nel caso di specie, i giudici di appello hanno dato congrua ragione del processo logico attraverso il quale riducendo all'incirca della metà la somma già liquidata sono pervenuti alla liquidazione del quantum debeatur, dal primo giudice.

In altre parole, i giudici di appello, sulla base dei dati di fatto in loro possesso, hanno ritenuto che il lavoratore avrebbe potuto ragionevolmente trovare altra occupazione a metà del periodo intercorrente tra la data del suo licenziamento e quella del compimento del 65° anno di età (1985 - 1990), se avesse prestato l'ordinaria diligenza nella ricerca di un'altra attività. Conseguenzialmente, gli stessi giudici hanno ridotto alla metà il risarcimento del danno già riconosciuto dal primo giudice.

L'adozione del criterio di valutazione equitativa dei danni costituisce una facoltà discrezionale del giudice del merito, il cui esercizio è insindacabile in sede di legittimità se (come è avvenuto nel caso di specie) adeguatamente e correttamente motivato.

Conclusivamente il ricorso principale deve essere rigettato, con conseguente assorbimento del ricorso incidentale dichiaratamente condizionato all'ipotesi dell'accoglimento del principale.

Sussistono giusti motivi per disporre la compensazione delle spese di questo giudizio.

PER QUESTI MOTIVI

la Corte riunisce i ricorsi; rigetta il ricorso principale e dichiara assorbito il ricorso incidentale.

Compensa le spese di questo giudizio di cassazione.

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